“Posso chiederti una cosa?” – Eh, già. lo confesso. Stavo per porre la solita, odiosa, scontata e immutabile domanda che da anni gli altri facevano a me. Proprio io, che sentivo un brivido di fastidioso odio, ogni volta che percepivo l’arrivo di quella fatidica richiesta – “Ma perchè qui? Cosa ti ha spinto a spostarti qui in montagna, in questa valle sperduta?”

Mi guardò silenziosa, fissandomi negli occhi per un paio di secondi e poi spostando lo sguardo, pensieroso, quasi sognante, oltre la vetrata, in direzione della piazza vuota.

“Ci sono tante ragioni. Vuoi la risposta breve o la lunga dissertazione? Sai che poi sarà il tuo turno nel rispondere alla stessa domanda?”

“Ho tutto il tempo che vuoi. E’ domenica. Fuori piove, non ho urgenze e nessuno che mi aspetti a casa. Se mi annoierò mi vedrai sbadigliare.”

Annette era bella. Decisamente bella. Una bellezza particolare, una di quelle che la noti dopo. Semplice e perfetta. Sembra una tipa normale, ma in realtà poi ti accorgi che è proprio bella. La guardavo, lei con i suoi occhiali neri e le lenti spesse. Due occhi vispi, due perle nere incastonate su un viso angelico. Perfetto. Avrei voluto fotografarla. Avrei voluto sdoppiarmi, essere un altro io che entrava silenzioso nel bar Centrale, puntando l’obiettivo, in questa luce soffusa, in questo vecchio bar dagli arredi antiquati dalle tinte pastello. Un bancone d’acciaio, le patatine, le bottiglie sul retro, allineate sulle mensole in vetro appoggiate allo specchio che copriva l’intera parete. La macchina del caffè, imponente. Il tavolo con i sette vecchi, che giocavano a carte, ciascuno con il proprio bicchiere di vino. Frasi in dialetto, battute e risate. Ed in primo piano un tavolo, da due, quello vicino alla vetrata, quello accanto al frigo dei gelati, ormai vuoto. E sedute a quel tavolo due persone, giovani adulte, entrambe con il parka verde, una morettina dai capelli neri e gli occhiali neri, ed un uomo dai capelli grigi. Sotto al tavolo, tra i piedi, una piccola cagnetta nera ed un vispo golden retriever color miele. Sarebbe stata una grande foto. Una di quelle che avrebbe potuto scattare Robert Doisneau se solo fossimo stati ai piedi della Torre Eiffel, in un vecchio bar lungo la Senna. Stavamo invece in un bar di un paesino di poche anime circondato dalle montagne.

“Non sto scappando da nulla se non dalla vecchia vita. Era un bisogno che covavo da anni, sempre più impellente ed invasivo. La vita in città, quella fatta di corse, arrabbiature,  maleducazione, cattiverie e stupidità non era più la mia. Inizi a pensare ad un cambio, poi ti sale il desiderio, parti a fantasticare su come sarebbe, a dove potrebbe essere. E poi il desiderio cambia intensità, diventa un bisogno, un’esigenza vitale. E quando questo accade, non puoi più rimanere dove stai. Inizi a cercare, a raccogliere informazioni. Pensi ai posti dove potresti trasferirti, scontrandoti inevitabilmente con la realtà delle cose. Con la paura del cambiamento. Con il rischio di sbagliare tuto, di trovarti poi ad ammettere che era meglio prima. Con tutti quelli dell’io te lo avevo detto.  La possibilità elevata di una stronzata colossale, così grave che ci sarebbero voluti anni ed anni per tornare indietro.” – Annette era partita in quarta, come se quel flusso di pensiero incessante fosse l’acqua impetuosa di un torrente in cui, lassù, in alto qualcuno aveva aperto le paratie della diga.

La guardai in silenzio. Capivo benissimo cosa stesse dicendo. Sembrava mi leggesse la mente, come se mi stesse raccontando la mia, di esistenza. Riprese il discorso, sempre guardando fuori. Sembrava palasse a sé stessa, come se stesse rivivendo il film in cui era unica protagonista.

“Sai, avevo una storia, ero sposata, vivevo con un ragazzo, quello conosciuto fin da piccolo, compagno di giochi, compagno di studi. Sembrava scontato che dovesse diventare anche il compagno di una vita. Siamo stati sposati per quindici anni. Siamo stati felici. Ci siamo amati. Poi è finita. Bruscamente. Ma probabilmente era in dirittura di arrivo da anni. Ma quando tutto fila liscio, senza scossoni, senza discussioni, senza dialogo, forse senza più amore, non te ne accorgi. E pensi che non accadrà mai a te. Abbiamo provato a ricucire, ma non ha voluto essere aiutato. Penso ancora che nessuno potrebbe aiutarlo davvero, se non lui stesso.” – una lunga pausa, parole importanti che sembravano non pesarle più. Aveva superato la faccenda, questa la mia sensazione. Poi riprese: “A quel punto la mia vita era da ricostruire, sentivo di poter e dover ripartire da zero. E capivo che l’occasione era quella giusta: ripartire in maniera diversa. Non sarebbe più stata l’Anna di prima. Mi sarei messa io davanti agli altri, avrei finalmente cercato di essere davvero me stessa, provando a seguire il mio istinto, le mie attitudini, i miei desideri. Avrei rischiato. Ero pronta a rischiare tutto. Con intelligenza, senza colpi di testa. Con strategia, perseveranza e senza correre. “. Si fermò e lo sguardo si spostò su di me.

“Continua, ti prego. E’ molto interessante. Mi piace starti ad ascoltare.” – in realtà morivo dalla voglia di intervenire, di fare domande, di raccontare la mia, di esperienza. Di dirle che lei stava ripercorrendo la mia di strada. Stava raccontando la mia di vita.

“Bhe, niente. Con alcune amiche abbiamo deciso di fondare una cooperativa, per buttarci nel mercato delle cose usate, per aiutare le persone, per riciclare questo mondo di sprechi. Per dare una seconda vita alle cose. Ed alle persone. Forse eravamo noi a non sentirci un’usato da buttare, ma un’occasione meravigliosa cui dare una nuova vita. Un usato sicuro. Vecchio stampo, quello analogico, di alta qualità, quello che difficilmente si rompe, e che se anche si rompe, si può sempre aggiustare e far tornare come nuovo, meglio di prima. Abbiamo aperto una serie di negozi, con un magazzino centrale. La cosa ha funzionato bene fin dall’inizio. E, tu pensa, inaspettatamente, funzionava molto meglio nelle periferie, piuttosto che nelle città. La mia amica Alessandra aveva aperto nel paese della nonna, un piccolo paese mezzo spopolato. Tutti le dicevano che era pazza. Che sarebbe fallita nell’arco di sei mesi. Ed invece è stato subito un successo. Anche i social aiutano molto. Vengono dalla città per comprare da lei. Fanno un’ora di auto per farsi un giro in negozio e difficilmente se ne vanno a mani vuote. E poi ci si è resi conto di quanta roba mai usata la gente possiede. Lasciata lì a prendere polvere. E nelle periferie, nei paesi fuori dalle città, c’è una miniera di occasioni. E quindi arrivano le vecchie, con le borse piene di oggetti, di arredi, di vestiti. Quelli vintage. Quelli fighissimi che valgono un sacco di soldi. Quelli fatti bene, che una sarte riesce a sistemare, perchè sono di qualità e di pregio. E poi i vecchi raccontano le loro storie, le storie degli oggetti che portano, la vita che quelle cose hanno dentro. E quindi, abbiamo scoperto che c’è un mondo di persone, oltre che di cose. Ed abbiamo deciso di aiutarle. E quindi, ognuna di noi, nella sua piccola bottega, ha creato un microcosmo dove tutto è lecito. Dove ogni richiesta può trovare risposta. E poi i giovani. Tantissimi giovani. Un tempo i giovani schifavano le cose usate. Ora le adorano, le cercano. Comprano e vendono e scambiano. E’ incredibile.”

Avevo dunque capito il senso dell’Annetteria. Ne ero ammirato. Avevo compreso come quel negozietto potesse stare in piedi e perchè fosse sempre pieno di gente. Annette era un fiume in piena. Si percepiva l’orgoglio e la forza del progetto. La bellezza di quello che faceva e di quanta passione ci mettesse. Perchè aveva un riscontro tangibile, di quanto poteva essere utile.

“Per rispondere alla tua domanda: perchè proprio qui? – continuò senza attendere una mia risposta – “PErchè questo è il posto in cui era nata e vissuta la mia bisnonna. Ma da piccola, stupida, non mi piaceva salire qui. E nemmeno a mia madre, che l’ha sempre snobbato. Poi capita che un giorno finisco alla presentazione di un libro di una coppia di psicologi e psicoterapeuti. Una bella coppia con cui sono ancora in contatto. Il tema era la natura e l’importanza di cambiare stile di vita, cercando e ritrovando il contatto con la natura. Tu pensa che loro organizzano pomeriggi in cui portano la gente nei boschi, la fanno spogliare e rimanere in costume, e poi li fanno abbracciare gli alberi e sdraiare nei prati. Per prendere energia e allontanare lo stress. Per ricaricarsi. Sembra funzioni. Io non l’ho mai fatto, ma prima o poi vorrei provarci. Di nascosto, però… Ecco, dicevo, in quella serata i due raccontano in maniera scientifica i benefici di allontanarsi dalla città e di vivere nella natura. Ci sono dei beneifici pazzeschi che riguardano i nostri ormoni. Il cortisolo, ad esempio, l’ormone responsabile dello stress, diminuisce drasticamente anche solo dopo una mezz’ora trascorsa in un bosco o nella natura. Si riducono ansia e tensione. C’è poi un miglioramento dell’umore: l’esposizione alla luce naturale e al verde può aumentare la produzione di serotonina, migliorando la felicità e riducendo i sintomi di depressione e ansia. Gli alberi rilasciano sostanze chiamate fitoncidi, che, una volta inalate, aumentano l’attività delle cellule “killer naturali”, aiutando il corpo a combattere le infezioni. Camminare o trascorrere tempo all’aperto può ridurre la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca, e migliorare il sistema cardiovascolare. La natura aiuta anche a dormire meglio, ripristina la capacità di attenzione e favoriscono la creatività. E non dimentichiamo che stare in un paese come questo permette di mettere in prospettiva le preoccupazioni ed elimina ogni sentimento negativo, come rabbia e frustrazione.”

Aveva parlato tutta d’un fiato, con passione e convinzione. Era esattamente tutto ciò che già conoscevo e che sapevo bene, perché tutti questi benefici li stavo provando, da anni, direttamente sulla mia pelle. Ed ho sempre amato la montagna e la vita nei boschi.

“Che c’è? non ci credi? perchè mi guardi così e non dici nulla? Non credi a queste cose?”

Certo che ci credo. Io ne sono la prova vivente che queste cose sono reali e funzionano. Certo, la vita qui ha dei lati negativi, fastidiosi. Può essere anche dura e insopportabile. Ma..”

Ma cosa? ecco.. c’è sempre un ma. Ma…?

“Ma, ho scoperto mio malgrado, che non basta isolarsi nella natura, non serve a nulla scappare dagli altri. Gli altri ci servono. Ne abbiamo bisogno. A piccole dosi, ma le amicizie e le relazioni sociali sono indispensabili. Io stesso pensavo che la soluzione di tutto fosse l’isolamento e la solitudine. Sbagliavo. Bisogna trovare un giusto equilibrio. E questo equilibrio deve necessariamente includere i rapporti umani. Umani. Non basta vivere con un cane. Non bastano i prati, gli alberi e gli animali del bosco. Sono dei passi che si finisce a fare, una naturale evoluzione. Prima si cambia, poi si apprezza l’isolamento. Poi si trova il luogo giusto. Poi, quanto tutto è quasi perfetto ed in pace, si torna a socializzare. E tutto inizia a scorrere bene.”

“E tu, hai trovato il tuo equilibrio? Sei ancora in cerca di qualcosa? Cosa ti ha spinto qui?”

La guardai seria. Tanto bella.

“E’ classificato.”

“Cosa? classificato? e che significa? che stai dicendo?”

“La risposta è classificata. Potrei dirtelo, ma poi dovrei ucciderti”

Si mise a ridere. Aveva capito.

“Ossignor. E chi saresti? Pete “Maverick” Mitchell” in incognito? un vecchio pilota in pensione?

Mi alzai dalla sedie, seguito da Argo.

“Devo proprio andare. Se mi concederai un’altra occasione, prometto che ti racconterò tutto di me. Tutto. Oddio, qualcosina forse si.”

Ci rimase male. Mi guardò in silenzio, Allibita.

La guardai ridendo: “Vado ad ordinarmi qualcosa da bere e poi pure in bagno. Non scappo, non temere.”

Cretinetti”. Lo sentii chiaro mentre mi dirigevo verso il bagno con Argo al seguito.