All’uscita dal bagno, un bugigattolo sempre molto pulito ma estremamente gelido, con la piccola finestrella in alto perennemente spalancata, sempre, in qualsiasi stagione e con qualsiasi temperatura, Argo non c’era più. Lo avevo lasciato nell’antibagno, seduto come al solito vicino al lavandino e lui non c’era. Lo ritrovai al tavolo, intento a farsi coccolare da Annette assieme alla piccola Sandy. Una san Francesco al femminile, seduta e sorridente, con le mani che in contemporanea domavano ed accarezzavano le due bestie.

“Argo grattava sulla porta del bagno, voleva uscire. Ho aperto e me lo sono portato qui. Ho fatto male? eri in pensiero? pensavi fosse sparito nel nulla?”

Macchè! Hai fatto bene. Dove vuoi che vada quel maledetto, più che un cane sembra una cozza. Da qualche settimana si è inventato pure di venire a svegliarmi un paio di volte ogni notte, si avvicina al letto, mi batte addosso con il muso e mi colpisce con la zampa, vuole solo qualche secondo di coccole e carezze, poi se ne torna ad andare. Mi pare esagerato. Nemmeno le figlie riuscivano a svegliarmi di notte, un tempo, quando erano piccole.”

Nel frattempo avevo raggiunto il tavolo e, in piedi, osservavo le nuvole scure attraverso l’ampia vetrata. La pioggia battente aveva lasciato tutte le gocce sul vetro. Pioveva dalla sera precedente e non sembrava voler smettere.

Argo, ci prenderemo il diluvio a rientrare a casa. Qui non sembra ci siano spiragli o margini di miglioramento.” – guardai l’ora, erano le 15 passata da qualche minuto. Sembravano le otto di sera, tanto il cielo era scuro e nuvoloso. Mi sedetti al tavolo. Annette mi osservava in silenzio, con un sorriso sornione, quasi mi stesse misurando. Quando incrociai il suo sguardo notai chiaramente un moto di imbarazzo, come se l’avessi sorpresa a combinare qualche marachella. Mi imbarazzai pure io e tolsi veloce lo sguardo.

“Adesso tocca a te, se vorrai raccontarmi qualcosa di te. Capisco che sia tardi, il tempo pessimo e che tu voglia rientrare prima possibile in baita, ma che ci fai qui devi almeno iniziare a spiegarmelo. Quindi hai dei figli. Sarai sposato immagino…”

“Lo sono stato. Sono stato sposato per quasi vent’anni. Ed ho due figlie, di circa vent’anni.”

“E dove stanno le figlie? non le vedi mai? tua moglie, che fine ha fatto. Oddio, no, non dirmi che sei vedovo… se ne sentono di tutti i colori ultimamente. Un’epidemia di morti e malattie…”

Era piuttosto curiosa, ma poneva le domande come se non le importasse poi molto. La conosco quella tattica, sono cintura nera di interrogatori mascherati. La preoccupazione per le sorti della moglie sembrava però sincera.

“Non preoccuparti, stanno tutte molto bene. Vivono giù in città, nella casa in cui vivevo pure io e che avevamo costruito assieme. La grande studia a Padova, la piccola sta terminando il liceo. Con la moglie, siamo divorziati da un paio d’anni. Una separazione tutto sommato tranquilla. Dolorosissima e terribile come tutte le storie d’amore che finiscono. Ma posso dire che l’abbiamo gestita bene, con intelligenza.”

“E le vedi spesso? le figlie, intendo…”

“Si, siamo sempre in contatto e accade spesso che vengano a trovarmi e si fermino qualche giorno. A volte capita pure che ne approfittino delle mie assenze per lavoro e vengano in baita con le amiche. Con mia moglie ci sentiamo meno, ma ci siamo sempre, uno per l’altro. Potrei scrivere un trattato sull’amore, sui sentimenti, sui rapporti tra uomo e donna. Pagine e pagine di pensieri ed elucubrazioni che dimostrerebbero, alla fine, che non ho ancora capito nulla. Tanti dubbi, zero certezze.”

“E come sei finito a vivere qui? Di che ti occupi? Sei qui da solo?”

“Questa valle la amo da sempre. La leggenda narra che da piccolo, appena nato, anziché crescere, scendevo di peso. Rifiutavo il latte di mia mamma. Ed ai tempi non c’era ancora la disponibilità di surrogati o latti in polvere. Mia nonna aveva un’amica d’infanzia che viveva qui, aveva pascoli, mucche, pecore, capre e asini. E quindi mi hanno portato, a poche settimane, qui in montagna, in una baita, svezzandomi con un miscuglio di latti animali. Oggi forse arresterebbero mia madre, ma ai tempi la cura funzionò alla grande. Dopo circa sei mesi di alpeggio, arrivato l’autunno, mi riportarono a casa che quasi camminavo, molto precoce, e mi avevano soprannominato “il bocion”. “

Il bocion? e che significa?”

“Nel dialetto locale, bambino si dice bocia. Bocion non è altro che un bambino grande e grosso. Ero cresciuto fin troppo. Grande e sano. Dico sempre che in questa valle ho ricevuto l’imprinting del mondo. Ho iniziato a scoprire il mondo qui, tra le montagne, gli abeti, i larici, i prati e gli animali. Amo questi luoghi, gli odori, il clima a volte ostile, le scomodità di una vita lontano dalla città e dalla gente.”

“E da quanto sei qui? ci vivi tutto l’anno? tutto solo? stai in quella baita sopra il paese oppure vivi qui?” – ancora, lo chiedeva, se ero da solo. Era la seconda volta. Decisi di scherzarci sopra un poco, per vedere la sua reazione.

La baita l’ho comprata nell’estate di cinque anni fa. Ci sono venuto a vivere, quasi definitivamente nella primavera del 2021, dopo averla completamente ristrutturata. Ci ho messo molto perchè le autorizzazioni per adattarla ai miei genitori ed a mia zia sono state complesse, visto che sono anziani. Comunque si: vivo qui, sono residente qui.”

“Cosa intendi per adattarla ai tuoi? Vivono in baita con te?” – era sorpresa, curiosa, ma anche un filo costernata. La possibilità che vivessi con i miei genitori l’aveva stupita. Forse addirittura delusa.

“Si. In baita vivo con i miei genitori, molto anziani, con ridotta mobilità e la sorella di mia madre che ha 98 anni ed è praticamente allettata. Per quello scendo poco in paese, perchè devo fare assistenza costante. E’ come avere a casa tre bambini piccoli, che non sono in grado di badare a sè stessi. Oltretutto mio padre ha una forma avanzata di demenza senile e spesso esce di casa e si perde nei boschi. Mia madre fa fatica a seguirlo perchè non cammina più molto bene. Però tutto sommato vado avanti. Stringo i denti e procedo. A volte a fatica.”

Era davvero allibita. Forse spaventata, ora. “Cioè, fammi capire. Tu mi stai dicendo che vivi in una baita sperduta nei boschi, con un cane e tre anziani che non sono nemmeno autosufficienti? E mi stai dicendo che è tutto normale, solo un po’ faticoso? Ma siamo a livelli di assistenti sociali. Ma ti rendi conto che responsabilità ti stai prendendo?”

Il gioco era degenerata e quello che pensavo fosse uno scherzo simpatico si stava dimostrando di pessimo gusto. Annette se l’era proprio presa a cuore. Era infastidita e preoccupata. Forse avevo esagerato.

“Ma no, dai. Ma ti pare? I miei genitori stanno benissimo, sono in gran forma e vivono in città. Non ho alcuna zia novantenne in baita allettata. In baita viviamo Argo ed io e, quando decide di fermarsi, un gatto nero.”

Sei proprio un cretino, fattelo dire. Un cretino grande, anzi. Mi avevi spaventato, sia perchè mi immaginavo la situazione di indigenza di tre anziani costretti in una baita in montagna, sia perchè per qualche minuto ho temuto di aver a che fare con uno sbandato psicopatico, un figlio alla Psyco. Sei un cretinetti.” – e mentre diceva questo la sua mano si era spostata sopra la mia, sul tavolo. Una sopra l’altra. Guardai le sue dita smaltate di rosso, magre e lunghe, le sue mani piccole sulle mie che sembravano enormi.

Seguì il mio sguardo e vide le nostre mani sovrapposte. Non appena si rese conto del gesto, si affrettò a spostare la mano. “Scusa, non volevo.” – quasi un sussurro. Imbarazzata.

“Non fa niente. Meglio una carezza che uno schiaffo. Per un attimo ho temuto volessi attentare alla mia vita.”

“Sei un cretinetti. Te l’ho già detto, vero?”