Annette non si chiama Annette. Si chiama Anna. E si fa chiamare Annette. Eravamo seduti a tavola, con la pioggia scrosciante fuori e per circa dieci minuti addirittura un temporale con tuoni e lampi. In novembre. Si conversava:
“Come mai questo nome? hai origini francesi?”
“Si, mia nonna era originaria della Francia, della Normandia interna, non della costa. Arrivò in Italia con un soldato italiano, conosciuto durante la guerra, sotto ad un bombardamento.”
“Wow, che storia romantica. E si sono innamorati sotto le bombe? Ma lui non era il nemico? E che ci faceva in Francia?”
“No, lui era della resistenza, mandato in Francia ad organizzare i soldati, dopo che la Francia si era inchinata ai nazisti. I parenti erano tutti morti e lei era rimasta da sola. Lui se ne prese cura. E si innamorarono.”
“Una storia interessante. E poi? sono tornati in Italia a fine della guerra?”
Ci mise un attimo a rispondere, quasi pensasse a cosa dire. Poi Annette si mise a ridere e confessò: “No dai, scherzavo. Nessuna nonna francese, nessun nonno nella resistenza. Nessuna Annette. Il mio nome è Anna.” E mi guardò con quello sguardo timido, quasi imbarazzato, ma vispo. Forse era pure dispiaciuta per la storia inventata a cui ci stavo credendo senza alcun dubbio. Cambiò discorso: “Ed il tuo nome, piuttosto? da dove viene? Ti chiami Adam o Adamo?”
“Prima raccontami perchè Annette. Poi ti racconto del mio nome e delle mie origini. Forza, devi farti perdonare dalla bugia di prima. Mi hai preso in giro. E ci ero proprio cascato. Sarebbe stata una bella storia.”
“Non era una bugia. Non tecnicamente. Comunque, e questa volta è vera, fin da piccola ero piccola. Intendo minuta e magrolina. Per questo in famiglia mi hanno sempre chiamata Annette. O Annettina. I miei amici mi chiamavano PorcAnna. Quindi, decisamente meglio e preferibile Annette. Ma questa è un’altra storia.” – ed una risata le uscì spontanea. Era bella. Ancora più bella quando rideva. Immaginai si sentisse a suo agio, qui con me. Diversamente, non sarebbe rimasta. E non avrebbe riso e scherzato. Però, avrebbe potuto anche essere il vino. Dal secondo bicchiere, in effetti, era diventata più loquace.
“Ti scoccia se ti chiamo PorcAnna, allora? e, di grazia, se posso permettermi, da dove arriva questo simpatico soprannome? posso supporre a qualche dote nascosta o qualche capacità invidiabile…racconta racconta…”
“Sei un cretinetti. E non provare a chiamarmi PorcAnna! E guai a te se questa storia esce da queste mura. Pensa a te, Adam. Che poi, che razza di nome è Adam? chi sei, il bassista degli U2?” – peperina la piccola Annette. Ben carburata era come una piccola auto da corsa anni ’70. Prima o poi le chiederò se “cretinetti” arriva dalla stessa fonte. Alquanto originale, senza dubbio.
Presi a raccontare: “Il nonno di mio nonno si chiamava Adamo. Ed era sposato con una tale Eva. E non è uno scherzo. E lui è quel tizio che un giorno è uscito a comprare le sigarette e l’ultima persona che l’ha visto era il mozzo che toglieva le cime alla nave in partenza per Buenos Aires. Dove, in effetti, ci sono lontani parenti che portano il mio cognome.”
“E quindi, nonostante la fuga, hanno pensato bene di onorare il gesto chiamandoti Adam? PEr questo ti hanno chiamato così?”
“Si perchè lui in Argentina fece un sacco di soldi. E non si risposò mai, non in Argentina. Non ebbe figli laggiù e quando morì lasciò un mucchio di soldi alla moglie in Italia. E quindi, si, in effetti, valeva la pena ricordare il fuggiasco, visto che fece arricchire la stirpe.”
“E quindi ti hanno dato il suo nome. E sei pure ricco?”
“Lo sarei, se non fosse che mio nonno, a sua volta, scappò negli Stati Uniti, e perse tutti i soldi con il crollo di Wall Street nel 1929. Pensa che aveva investito quasi tutto in azioni della General Electric, visto che aveva una ditta che produceva lampadine, e credeva nell’elettrificazione. Un vero pioniere. Che finì in miseria. Poi, tu pensa, la vita, che strana, si arruolò per non morire di fame e morì marinaio a Pearl Harbour. Da eroe.”
“Oddio, poveretto. Che sfotuna. E quindi, non mi hai ancora risposto: ti hanno chiamato Adam in ricordo dell’antenato?”
“No, a dir la verità non mi chiamo Adam. Adam è un nome inventato quando sono venuto qui in valle. E non volevo dire chi ero. E qui tutti hanno iniziato a chiamarmi Adam. E non ho più avuto il coraggio di spiegare loro che quello non è il mio vero nome. E, ad essere sinceri, non tutto di quello che ti ho appena raccontato è vero. C’è un po’ di romanzo, di fantasia e di improvvisazione…”
“Stai scherzando vero? Quello che mi hai detto, la storia del nonno, è tutta una bugia? Sei terribile! Questa me la pagherai cara!” – E questa volta fu Annette a tirarmi la clementina. Non colpendomi. Pessima mira.
“Belle queste foto. Starebbero bene anche in negozio. Dove le hai comprate? Le hai scattate tu?” – Annette giò per la stanza soffermandosi su ogni scatto. Osservando con attenzione.
“No, non le ho scattate io” – le mentii – “Ma conosco il tipo che le ha fatte. E’ un amico che ora vive lontano, credo a Dubai. Ogni tanto lo sento”
“E le vende? Sai che spesso mi chiedono fotografie o immagini? Queste sono molto belle. Avrebbero un buon mercato.”
“Se vuoi posso provare a chiedere. Vediamo se mi risponde. E vediamo se le vende. A me, queste, le aveva regalate. Io poi le ho stampate ed incorniciate.”
Passammo uno splendido pomeriggio di chiacchiere, senza fare nulla. Una delle più belle e intense giornate degli ultimi tempi. A volte è curioso come nell’immaginario collettivo, una giornata a fare nulla, in casa, con fuori la pioggia, sia considerata una giornata persa. Troppe aspettative. Troppa gente che pensa che divertirsi sia “spaccare il mondo”. Dimenticando che le cose più semplici, quelle vere, sono sempre le migliori.
Quando riaccompagnai Annette e Sandy in paese, il sole stava tramontando dietro le montagne, aveva smesso di piovere e le nuvole bianche erano come ovatta infilata nella vallata. In alto, oltre le cime, uno sprazzo di cielo azzurro. Uno spiraglio di ottimismo, di luce dopo una settimana di pioggia. Mentre rientravo, al buio, con Argo, il sentiero in salita non mi era mai sembrato così facile e bello.