“Corri Argone, corri avanti. Vai a prenderle”
Stavamo scendendo lungo il sentiero, o dove ipotizzavamo ci fosse la traccia sommersa dalla neve, in direzione del paese. Annette e Sandy erano partire assieme a noi, loro salivano da casa e noi avevamo deciso di andar loro incontro. In certi punti, quelli lontani dagli alberi, la mia gamba sprofondava fin sopra al ginocchio. Lungo il sentiero, che per gran parte si dipanava nel bosco, la neve era molto meno. Comunque era tutto bianco. E scivoloso. Ma spettacolare. Argo era davanti e continuava a balzare da un lato all’altro, felice come non mai.
La notte aveva continuato a nevicare e solo verso le dieci le nuvole si erano alzate e per un attimo sembrava avesse intenzione di smettere. Era sabato mattina. Una gran nevicata per essere l’inizio di dicembre, da anni non accadeva da quanto dicevano i vecchi giù al bar Centrale.
Avevo infine incontrato Annette e la piccola Sandy che, a fatica, sudando e sbuffando salivano il sentiero lungo il bosco. Aveva ripreso a nevicare bene ed anche sotto agli alberi, nel tratto che lasciava il torrente e si inoltrava tra i larici e gli abeti, la neve iniziava ad attaccare per bene.
“Oddio che fatica! Sono stremata! Ed Anche Sandy, non ho idea di come abbia fatto a non piantarsi oppure a non voler tornare indietro. Ma quanta neve c’è! Sono già stufa..”
Era bardata come per una spedizione polare: piumino iper imbottito giallo, cappello di lana con pompon blu scuro, guanti da sci, pantaloni da sci ed ai piedi scarponi da montagna, spero in goretex ed impermeabili, uno zaino rosso in spalla. “Sono vestita come una matta, fin troppo. Sto faticando soprattutto per il caldo. Sono gelata al viso e sudata nel resto del corpo. Quanto manca? Con la neve non capisco. Vedo solo bianco. Tutto bianco. Non si vedono nemmeno le montagne.”
“Su su, dai, forza e coraggio” – Argo nel frattempo stava dimostrando loro tutto il suo entusiasmo per quella copiosa nevicata, correndo avanti ed in indietro come un pazzo – “Vi siamo venuti incontro ma era solo per fare un giro sotto la nevicata. Che spettacolo! Dieci minuti di strada e poi spiana e siamo alla baita.”
“Uff…si si certo, meraviglioso..ma ora basta. Ho già l’angoscia all’idea di ridiscendere stasera. E se poi non smette?”
“Metterai le catene. Oppure ti fermi.” – e mai parole furono più profetiche. Ma non nel senso che vi potreste immaginare.
In circa una ventina di minuti arrivammo finalmente alla baita.
“Siii, ce l’abbiamo fatta!! in effetti, che spettacolo. Quanta neve! e che fiocchi enormi!
“Forza dai, entrate. Fammi dare un’asciugata ad Argo, e pure a Sandy, se si lascia asciugare. Tu entra pure e fai come se fossi a casa tua.”
“Ohh, che profumino. E cosa c’è di buono da mangiare?”
“Eccola! devi ancora togliere la giacca e già pensi a cosa mangerai”
Era bella questa complicità. Molto naturale. Come se ci si conoscesse da tempo. Ho sempre pensato che l’aria di montagna, la vita in montagna in sé, faccia ingentilire le persone. Si è più pronti a scambiare due parole, ad aiutarsi se c’è bisogno.
Nel frattempo si era tolta la giacca, gli scarponi ed i pantaloni ed era rimasta con quelle specie di tutine da ginnastica. E dallo zaino aveva tolto un paio di buffe ciabatte in stile UGG. Previdente la signorina. “Oh che bel calduccio che c’è qui. E che profumino. Che mi ha preparato di buono?”
Nel frattempo si era avvicinata alla cucina ed aveva iniziato a sollevare i coperchi delle pentole. “Ohh, brodo. Buono. E qui carne. Ottimo ottimo. Questa ascensione Himalaiana mi ha stuzzicato una fame da leone”
“In realtà ieri sera ho preparato il brodo con la carne. E parte della carne l’ho utilizzata per il ripieno dei tortellini. Che ho fatto stamattina. Un lavorone incredibile. Li avevo già fatti ma non ricordavo fosse così lungo e impegnativo. Voglio dire.. stare lì a piegare ogni singolo tortellino. Alla fine ho optato per fare a modo mio. Diciamo che sono più tortelloni che tortellini. Ma mica siamo a Valeggio qui.”
“Mamma mia. Sono stupita da tali doti. Ecco dove sono finiti tutti gli uomini meritevoli: scappati isolati in montagna. Bravi voi!
Fuori continuava a nevicare, senza accenno a diminuire. La neve si era accumulata addirittura sui davanzali esterni delle finestre. Ci siamo seduti a pranzo che era quasi l’una e, senza falsa modestia, devo confessare che i tortelloni, tralasciando la forma sgraziata e alcuni che si erano aperti in cottura, era molto buoni. Il brodo perfetto per questa giornata nevosa. Argo e Sandy si erano sistemati, abbastanza vicini, sul tappeto davanti alla stufa. Stremati dalle corse nella neve.
Passammo il primo pomeriggio a chiacchierare di mille argomenti, era un’appassionata di arte e reperti antichi. Le mancava solo la tesi per laurearsi in Scienze Politiche, ma aveva preferito ripartire da capo, con un altro corso universitario, laureandosi poi in Quaternario, Preistoria e Archeologia.
“Oddio, continua a nevicare. E come facciamo a scendere?” – nel frattempo si era seduta sulla mia poltrona, vicino alla stufa – “Sono stanchissima. Ho già i brividi all’idea di scendere al freddo, per tutta quella strada, con tutta quella neve”.
“Non preoccuparti, ora preparo del thè, così ci scaldiamo prima di scendere e ti lascio una thermos da portarti dietro. Poi, comunque, ti accompagniamo fino in paese. Abbiamo ancora un’ora per partire, prima che faccia buio anche per il mio ritorno”.
Nessuna risposta. Quando mi voltai capii la ragione: si era addormentata in poltrona. Con un respiro pesante quasi un russare. Presi la mia ruzema (la mia copertina preferita, color arancione scuro, il colore della ruggine, ruzen in trentino) e delicatamente gliela sistemai sopra.
Dopo mezz’ora ancora nessun segno di vita, se non il respiro pesante di chi se la dorme di gusto. Purtroppo dovevo svegliarla, altrimenti il problema sarebbe stato mio che sarei dovuto rientrare in baita dal paese con il buio e la neve. E fuori continuava a nevicare copiosamente.
“Anna, Anna…” – la fronte era bollente.
Si risvegliò come da un lungo viaggio, addormentatissima e frastornata: “Oddio, che ore sono?. Mi sono addormentata. E’ tardi? dobbiamo andare? Scusami, davvero scusami. Che vergogna.”
“Macchè dici, non preoccuparti. Fino che non muori qui da me, nessun problema. Tu invece. Mi sembri piuttosto calda. Sicura di star bene?”
“Si si sto bene. Qualche brivido. E male un po’ ovunque. Ma sarà lo sforzo della salita himalaiana”
“Hai una strana voce. Mi fai un piacere? Ti misuri la febbre? Sei calda e hai due occhi lucidi che proprio non mi piacciono. Ho esperienza nel campo, sono padre di due figlie e certe segnali non si dimenticano.”
Con una tazza di the caldo in mano ed il termometro sotto l’ascella il verdetto arrivò veloce. Non mi sbagliavo. Trentotto e tre.
“Oddiomio. E come facciamo? dobbiamo scendere subito”
“No no, non mi sembra il caso di uscire al freddo, con tutta questa neve e la lunga strada, con la febbre. Ho cinque letti. Meglio se rimani qui che almeno stai al caldo, riposi ed hai qualcuno che bada a te. Avvisa che non rientri.”
“E chi devo avvisare? Non ho nessuno da avvisare. Chiamerò mia mamma per il salutino serale”
Stranamente, anzi, intelligentemente, non aveva rifiutato l’invito. Questo accadeva sabato pomeriggio.
Non ci crederete mai, sembra assurdo solo a raccontarlo, ma sto scrivendo di martedi. Ha smesso di nevicare ieri sera, ne è venuta una montagna. Questo pomeriggio l’ho riaccompagnata in paese, visto che oggi, seppure debole, era sfebbrata. Ma la cosa incredibile è che domenica mattina è salita la febbre pure a me. Sono rimasto fino a ieri sera con trentotto e sette di febbre. Male ovunque. Uno zombie. Due zombie.
Si, confesso. Abbiamo dormito assieme, nello stesso letto per tre notti. Due cadaveri che si alternavano a preparare il thé caldo, a recuperare le aspirine, a correre in bagno per fare pipì. E’ stato un disastro meraviglioso. Abbiamo riso e scherzato nei rari momenti di lucidità. Ma soprattutto dormito. A volte non serve altro nella vita per sentire vicino un’altra persona.
Quando ci siamo salutati in paese, questo pomeriggio mi ha gridato: “Grazie! un’avventura così sarebbe da raccontare, da scriverci un libro”.
Lei non sa di questo sito web, non sa che scrivo, non sa quasi nulla di me. Prima o poi, magari, qualcosa scoprirà. In senso tecnico, comunque, si, siamo stati a letto assieme. Per ben tre notti. E che notti! 😉