Non la vedevo dallo scorso anno. Suona esagerato, ma l’avevo salutata nel 2025 riaccompagnandola a casa dopo i nostri giorni di malattia forzata trascorsi da me in baita. E ieri l’ho intravista, parlava con una cliente dentro al negozio. Nemmeno mi ha visto. Ed io sono passato veloce, come un ladro, scappando furtivo ed inosservato. Lungo il sentiero ho pensato di esser stato davvero stupido. Da cosa fuggo? Che mi sono messo in mente? Sto forse facendo il madornale errore di pensare per gli altri? Pensare… a volte è così distruttivo. Così stupido.
Dopo aver salutato Annette, ancora entrambi debolissimi dall’influenza, me ne ero tornato in baita, infreddolito e molto debole. Ho trascorso le settimane che mi separavano dal Natale come uno zombie. Sempre in affanno, sempre infreddolito e fastidioso verso tutto. Non riuscivo a lavorare, nemmeno a leggere o guardare uno schermo. Anche la musica mi disturbava. Mi trascinavo tra il letto, la poltrona ed il bagno. Più di una volta avrei voluto scrivere ad Annette, per sapere come stava. Per capire se anche lei soffriva di questi strascichi fisici post influenzali. Ma non volevo disturbarla. Almeno inizialmente. Poi, complice la negatività del momento, ero passato alla convinzione che, probabilmente, a lei stava bene questo silenzio. Vabbè, mi ero detto, prima o poi passerò in paese ed andrò a trovarla per un saluto. I giorni passarono veloci ed in un attimo ero a festeggiare la vigilia di Natale dai miei genitori, con la (ex)moglie e le figlie. E poi grande festa per tutto il 25. Ma, di Annette, nemmeno un segno. Non sono solito spedire effimeri, inutili e banali messaggi di auguri ed ho mantenuto questa usanza anche questo Natale. Nemmeno rispondo a quelli ricevuti, figuriamoci. Casomai chiamo, raramente. Forse mai. In ogni caso mi dico che preferisco farli a voce o di persona gli auguri. Non ad Annette. Questa faccenda iniziava ad essere un pensiero fisso. Annette lo era.
Il giorno successivo al Natale ho caricato in auto cane e bagagli e sono partito per l’isola del Giglio, in Toscana. Ho trascorso una decina di giorni sull’isola, quasi deserta, in solitaria e silenziosa quiete. Ho camminato per ogni sentiero, esplorato ogni luogo, ogni promontorio, ogni faro ed ogni spiaggia. Il tempo alternava giornate serene con pomeriggi di pioggia, ma le temperature erano primaverili. Rare parole e con poche persone. Assieme ad Argo, che ha corso e scorrazzato davanti a me come un pazzo, e che per la prima volta ha visto il mare, abbiamo percorso oltre 60 km di cammino. L’ultimo giorno dell’anno, dopo un lunghissimo e faticoso percorso fino al faro sulla punta sud dell’isola, ci siamo addormentati alle otto di sera. Stremati. Stanchi morti. Altro che festeggiamenti. Nessun botto, brindisi o augurio. Un letto, Argo ed io. Silenzio e riposo. Abbiamo russato, entrambi.
Nel corso delle camminate ho pensato molto ad Annette, rivivendo ogni singolo istante trascorso assieme. Sono stati giorni incredibili, quelli passati assieme, febbricitanti, vicini vicini nello stesso letto, casti, malaticci e pudici. Siamo stati intimi e affiatati, mantenendo tuttavia una distanza emotiva che mai è sfociata in effusioni. Niente di sentimentale, tanto per essere chiari. E men che meno di sessuale. Così malato che difficilmente si sarebbe alzato. Ma siamo stati bene, intimamente e meravigliosamente bene. Ripensando a quei giorni la rivedo a letto, con gli occhi lucidi, le guance rosse per la febbre. La rivedo indossare la mia vecchia tuta bucata e scendere per preparare un thè o andare in bagno. Bella. Semplicemente bella. Una bellezza vera e naturale. Dentro e fuori. Siamo stati bene, come una vecchia coppia di amanti cui basta la vicinanza per stare bene, senza parole, discorsi o necessità di parlarsi. Appagati. Tutto semplice. Tutto bello. Tutto naturale e scontato.
Ultimamente però ho iniziato a pensare a cosa avrebbe potuto infastidirla. Stavo cercando un motivo alla sua sparizione e mutismo. Non ci eravamo più visti e sentiti. Perchè? Quei giorni di malattia passati assieme mi hanno lasciato un segno. Era bello averla vicino. Mi piaceva l’idea di non essere solo, di poter condividere le giornate con qualcuno. Mi mancava. Lei mi piaceva molto. Un gran carattere, sempre positiva, sempre sorridente. E bella. Si, mi piaceva molto. Ed ora mi mancava. E mi struggeva il pensiero che fosse sparita, così, nel nulla, come se nulla fosse. Come se per lei le cose non fossero andate come a me. Sicuramente non le interessavo, ne ero ormai certo, ma il punto era un altro: avevo forse fatto o detto qualcosa che l’aveva infastidita? Cosa avevo combinato? Nulla. E se fosse stato questo, questo nulla? Avrei dovuto fare qualcosa? Cosa si aspettava da me? E cosa pensava di me? Cosa provava?
Pensieri. Pensieri e pensieri. Che mi affollavano la mente. E mano a mano che passavano i giorni diventavo più pessimista. E malinconico. E il suo ricordo, seduta a bordo letto, lei che si infilava i miei vecchi, enormi per i suoi piccoli piedi, calzini di lana, e si infilava i miei esagerati vestiti, era sempre più lontano, offuscato. E mitizzato. La vedevo come un angelo. Come un’occasione persa, come una persona che era stata fuggevolmente nella mia vita, lasciandoci un segno. Ma io le ero indifferente. Non mi aveva più contattato. I fatti parlano chiaro. Nessun segno nella sua esistenza. Indifferenza. Alla Pearl Jam.
Poi arrivò la fase della colpa e poi quella del rimorso. E dopo, ancora, quella del poco coraggio. Non mi aveva più cercato perchè avevo fatto o detto qualcosa di sbagliato. Sicuramente non ero il suo tipo. Forse quei giorni di malattia lei li aveva vissuti come un incubo, da dimenticare e lasciare indietro. Forse aveva capito che eravamo stati un po’ troppo intimi e voleva essere chiara: nessuna storia possibile, nessuna relazione in vista. Magari nemmeno mi vedeva come un amico, perchè “non esistono le amicizie disinteressate tra maschi e femmine”. E lei non aveva bisogno di trombamici. E poi, nemmeno ci si conosceva. Non eravamo amici, ma semplici conoscenti. Il rimorso partì nel momento in cui iniziai a pensare che nemmeno io l’avevo contattata. Davo la colpa a lei, ma io non avevo provato a telefonarle, non ero passato in negozio, non le avevo mandato alcun messaggio. Nemmeno gli auguri. Non di Natale, non di buon anno. Un orso. Cafone. Un idiota. Ed ora me ne stavo lì a pensare a lei. E più ci pensavo più mi facevo male. E più mi arroventavo più la mitizzavo, creandone una figura divina, la mia moderna Afrodite. Alimentavo un pensiero di speranza, che crollava in delusione. Sul nulla. Pazzia. Forse ero pazzo. Non c’erano altre spiegazioni. Proprio io, che non ho bisogno di seccature tra i piedi. Sto bene da solo. Nessuna relazione, nessuna donna. Io sto bene da solo. Me la godo. Senza legami, catene o impedimenti. Io faccio quello che voglio ed amo fare. Non mi serve nessuno al mio fianco.
Tuttavia, rivedevo in continuazione piccole scene dei giorni trascorsi assieme. Ogni tanto mi apparivano dettagli del suo corpo. Le mani piccole e affusolate, lo smalto scuro. I suoi occhiali. La sua risata, le sue labbra ed i sui denti. I suoi piedi, le sue gambette. Quel culetto stratosferico. Pazzia. Forse la malattia aveva compromesso, definitivamente, le mie capacità cognitive. Sinapsi interrotte. Per sempre. Neuroni spenti. Irrimediabilmente. Camminavo solitario sui sentieri del Giglio, affascinato dal mare, dalle nuvole e dal rumore delle onde. E pensavo a qualcosa di meraviglioso che avevo perso. Ma che forse non avevo mai nemmeno tenuto tra le mani. Su, su. Realismo. Stiamo con i piedi per terra. Poche illusioni. Non le interessavo. Fine del discorso.
A cinquant’anni, con un lungo e per molti versi splendido matrimonio alle spalle, non ero altro che un vecchio orso solitario che trascorreva il tempo con un cane in una baita nei boschi. Avevo deciso che le donne non avrebbero mai più fatto parte della mia vita. Si stava bene da soli. Se vuoi un amico, prendi un cane. Se vuoi essere amato, prendi un cane. Basta donne. Sono solo problemi, pensieri e rompiture. Delle pigne in culo. Si stava così bene da soli. Liberi. Autonomi. Indipendenti. In pace, silenziosi. Ma vigili come un guardiano del faro.
Ero infine rientrato in baita passata la befana. Felice della faticosa vacanza trascorsa esplorando in lungo ed in largo l’isola del Giglio. E contento di essere finalmente rientrato a casa, tra i miei boschi.
Questa mattina sono sceso in paese per fare un po’ di spesa. Ho pensato molte volte di passare davanti all’Annetterie, per vederla. Per sincerarmi che ci fosse, che stesse bene. Ho salutato gli amici del bar, fatto gli auguri in ritardo, offerto un giro di rosso, bevuto un caffè e raccontato in due parole della mia vacanza toscana. Nessuno ha nominato Annette. Nessuno mi ha detto nulla o chiesto qualcosa. Sono uscito ed ho preso il coraggio a due mani, deciso ed allungare il ritorno in baita passando dal vicolo che porta ad Annetterie. Mi sono fermato un attimo a pochi passi dalle vetrine illuminate. Eccola. Era lei. Impegnata con alcune persone. Sorrideva. Sembrava serena e felice. Gesticolava un sacco, come sempre. Come mi piaceva quando lo faceva, come un direttore d’orchestra. Ok. Mi bastava averla vista, allegra e in salute. Stava bene. Era viva e vegeta. Ed indaffarata. “Vabbè. Ti mando un bacio, bella Annette. Ora devo andare.”
Mi sono quindi avviato, con il cuore che batteva forte, verso casa. Bella Annette. Prima o poi l’avrei dovuta affrontare. Ma non oggi. Oggi ero già felice così.