“Adam! Hey, Adam! Aspetta. Fermati! Adaaam”
Ero quasi in cima al vicolo, diretto a casa. Una voce che gridava alle mie spalle. La conoscevo quella voce.
“Dove scappi? Nemmeno mi saluti? Dove eri sparito?”
Mi girai. Eccola lì, ferma in fondo al vicolo, davanti alle vetrine dell’Anneterie. Bella Annette. Era lei. Proprio lei. Proprio bella.
“Ciao! ma non sto scappando!” – maledetto me, bugiardo incapace di mentire patologicamente e compulsivamente sincero – “Ero passato a salutarti, a vedere se c’eri e come stavi. Ma ti ho visto indaffarata. Non volevo disturbare. Non scappavo. E comunque sarei ripassato.”
“Ma quanto sei scemo. Vieni qui, forza, fatti abbracciare. Tanti auguri in ritardo! Come te la passi?”
E mi aveva abbracciato, forte. Sinceramente felice di vedermi. Un bell’abbraccio, caldo, forte, con la sua testa appoggiata sul mio petto per alcuni, per me lunghissimi, secondi. Sentivo il profumo dei suoi capelli neri. Sentivo il suo profumo. Odorava di buono, di cocco. E sentivo il suo esile corpo tra le mie braccia. Mi risvegliò piacevoli ricordi. E indicibili sogni.
“Brrr.. entra dentro, che qui si gela. Ed io sono senza giacca. Dai che ti offro un thè caldo. Ma dove eri finito? Sono stata molto in pensiero. Eri sparito. E non riuscivo a contattarti. E, immagino, pure tu ti sarai chiesto perchè non rispondevo al telefono. Ma il mio iphone è morto, improvvisamente senza vita. E così ho recuperato il vecchio telefono, ma con una vecchia versione che non accetta il ripristino da un backup di un telefono più recente. E così ho perso tutti i messaggi e tutti i vecchi numeri. Ma dovrebbero restituirmelo a breve, aggiustato. E quindi ora sto senza rubrica, se non per i numeri vecchi di qualche anno. E non ho il tuo numero su questo telefono. Maledette tecnologie. Quando si rompono ti senti morto. Volevo farti gli auguri. A Natale e a capodanno. E sapere come stavi. Avevo chiesto tue notizie al bar ma mi avevano detto solo che te ne eri andato via per le feste. Racconta dai. Dimmi di te. Che hai fatto di bello? Dove sei stato? Con chi hai passato le feste? Era carina? Ti ha fatto ridere? Ti trovo in forma. Sei sempre affascinante, ti ricordavo bene.” – un fiume in piena. Nemmeno il tempo di varcare la soglia che mi aveva sommerso di parole. E che parole. Suonavano come il miele. Miele buono, di acacia, quello chiaro che non solidifica mai.
Mi ha trascinato dentro e fatto sedere in una delle poltrone in vendita. Poi era andata davvero a preparare un thè.
“E quindi? Dai, racconta, che sono curiosa. Dove sei stato? Non chi? Voglio i dettagli.Ti avevo lasciato quasi morente ed ora eccoti qui. Ma lo sai che è passato un mese? Un mese che non ci siamo né visti né sentiti. Non ti sono mancata nemmeno un pochino, sospetto…”
La sua ironia indagatrice e sospettosa faceva parte del gioco. L’avevo imparata a conoscere nei giorni di malattia trascorsi assieme. Non sapevi mai se era seria, se scherzasse, se fosse solo ironica o se, sotto sotto, fosse solo una grande intelligenza furba che si fingeva noncurante.
“Ci ho messo un paio di settimane a riprendermi dall’influenza, sempre stanco e svogliato. Ancora oggi dormirei per ore e ore. Poi ho trascorso il Natale con le mie figlie, i miei genitori, la mia ex, la sua famiglia. E’ stato pure molto piacevole. Ed il 27 ero con Argo a camminare all’isola del Giglio, in Toscana. Siamo rientrati qualche giorno fa. Abbiamo fatto chilometri, girata l’isola in lungo ed in largo. Ho scattato un sacco di fotografie, dormito molto e camminato ancora di più.”
“Oh, che bello. Ho sempre sognato di visitare il Giglio. Ed anche Montecristo, Pianosa e Giannutri. Mi piacciono le isole, sono affascinanti. Così come ho un debole per i fari. E con chi sei andato di bello?”
“Sono andato con Argo. Io e lui. Da soli. In totale pace e tranquillità. Non credo che esista una sola persona al mondo, sana di mente, disposta a trascorre il capodanno a camminare su un’isola praticamente deserta con un vecchio brontolone ed un cane piuttosto vivace.”
Mentre si allontanava a spegnere la teiera e versare il thè nelle tazze mi era parso di sentire un “.. non ne sarei tanto certa.. qualcuno magari ci sarebbe venuto …”. Ma forse avevo capito male.
“E te? cosa hai fatto di bello? dove sei stata?”
Eravamo seduti in poltrona, nel suo stravagante negozio, a sorseggiare un thé bollente. Emozionati. Entrambi emozionati. Quasi imbarazzati, come due bambini timidi che si studiano desiderando da pazzi una scintilla per poter correre a giocare assieme.
“Sono tornata dai miei per le feste e l’ultimo dell’anno l’ho trascorso con gli altri del negozio, quelli della cooperativa. Abbiamo festeggiato, cantato e ballato fino all’alba. Forse ero pure mezza ubriaca. In effetti non ho proprio dei ricordi chiari e limpidi della serata.” – disse ridendo. Quanto era bella quando rideva. Mi mancava la sua allegria. Tanto. Scoccia ammetterlo.
“E Sandy dove l’hai lasciata? non la vedo..”
“L’ho lasciata a casa. In questi giorni è pigra e non farebbe altro che dormire. Ed Argo? è su in baita?”
“Si, Argo l’ho lasciato a casa. Siamo già stati in giro abbastanza in questi giorni”
Il campanello della porta del negozio annunciò l’arrivo di un cliente. Era ora di andare. Entrambi scattammo in piedi, come colti in fragrante a combinare un malanno.
“Bene. Allora ti lascio al lavoro. E’ stato bello incontrarti. Grazie del thè.”
Ero già alla porta, in fuga.
“Ma quando ci vediamo? Hai voglia di fare un giro? Se non hai impegni…”
“Piccola mia adorata, vorrei vederti ogni secondo. No che non ho impegni. Sto solo sognando di poter stare ancora assieme a te.” No, non gli ho risposto così. Però l’ho pensato.
“Stasera che fai? …o domani?”
“Chiamami più tardi, che ci mettiamo d’accordo. Ciao, un bacio”.
Mamma mia. Ritornai a casa con un’energia incredibile. Gagliardo e pimpante. Non l’avevo persa. Lei c’era ancora. Qualcosa c’era. Felice felice e felice.