Ieri sera mi sono dedicato a sistemare l’archivio fotografico. Ho migliaia di foto. Tante brutte, da scartare. Altre mediocri. Alcune belle, non senso estetico del termine, quanto nella capacità di provocare un’emozione. Alcune arrivavano. Mi sono arrivate in pieno, con forza. Mi hanno fatto vibrare, aprendo un vaso di pandora di sensazioni, ricordi ed emozioni.
Più tardi, assopito in poltrona con un disco di Franco Battiato che suonava in sottofondo, mi sono perso in mille pensieri ed elucubrazioni. Ed ho elaborato questa mia personale teoria. Una sorta di elaborazione della mia – altrettanto personale – teoria della Realtà come risonanza relazionale. Che magari, forse, un giorno, può darsi, vi racconterò.
La fotografia è un caso perfetto per spiegare il mio pensiero riguardoa alle vibrazioni ed alle frequenze. Tutto è frequenza. Tutto vibra ed è in risonanza. Una fotografia è un oggetto fisico, magari pure immateriale, piatto e immobile, che però può farci trattenere il respiro. Dire che una persona «vibra» davanti a un’immagine è un modo di dire, ma la teoria dei quattro livelli (fisico, biologico, relazionale e di senso) permette di capire che cosa succede davvero.
1. Primo livello: la luce
Qui la vibrazione è letterale. Una fotografia, stampata o su schermo, ci raggiunge come luce, cioè come onde elettromagnetiche che oscillano tra circa 400 e 750 mila miliardi di volte al secondo. I fotoni colpiscono la retina e innescano una reazione chimica nei fotorecettori. In senso stretto, quindi, guardare un’immagine significa ricevere una vibrazione.
Però a questo livello non c’è ancora nessuna differenza tra una foto capolavoro e una foto sfocata scattata per sbaglio: entrambe sono luce a certe frequenze. La bellezza non sta nelle frequenze dei fotoni, ma nel modo in cui sono organizzate e in ciò che il nostro sistema nervoso e la nostra storia ne fanno. Per questo «vibrare» davanti a una foto non può essere spiegato come una frequenza che passa dall’immagine a noi.
2. Secondo livello: il corpo che risponde
Qui si apre il campo della neuroestetica. Semir Zeki e Tomohiro Ishizu (2011) hanno osservato che l’esperienza del bello, visivo o musicale, attiva in modo costante una regione chiamata corteccia orbitofrontale mediale, legata alla ricompensa e al valore. Edward Vessel, Gabrielle Starr e Nava Rubin (2012) hanno visto che davanti alle opere che commuovono profondamente, e solo a quelle, si attiva anche la default mode network, la rete cerebrale coinvolta nel pensiero su di sé, nei ricordi e nell’identità. In altre parole, l’immagine che ci tocca davvero è quella che arriva a toccare il nostro senso di chi siamo.
C’è poi una risposta del corpo che molti conoscono: il respiro che si sospende, il rallentamento, a volte la pelle d’oca. Vittorio Gallese e David Freedberg (2007) hanno proposto la teoria della simulazione incarnata: davanti a un corpo fotografato, a un gesto, a una tensione, il nostro sistema motorio in parte la rivive. Se vedo una mano che stringe un’altra mano, qualcosa in me si stringe. La «vibrazione» che sentiamo è anche questa: il corpo che risuona con la forma.
E c’è un’eco pitagorica. Le composizioni che percepiamo come armoniose (equilibrio, ritmo delle linee, proporzioni, contrasti ben dosati) sono in parte quelle che il sistema visivo elabora con fluidità e piacere. Una foto bella «suona» bene all’occhio, come un accordo consonante suona bene all’orecchio.
3. Terzo livello: l’incontro con un altro sguardo
Una fotografia non è solo un oggetto: è la traccia di uno sguardo. Qualcuno era lì, ha scelto quel momento, quella luce, quella distanza. Quando guardiamo, mettiamo i nostri occhi dove li ha messi il fotografo. È una forma di sincronia differita: non avviene in tempo reale come nel dialogo studiato da Uri Hasson, ma è comunque un allineamento dell’attenzione tra due persone che magari non si incontreranno mai. Ed è anche un incontro con chi è ritratto, che ci guarda a sua volta.
Roland Barthes, in La camera chiara (1980), ha dato due nomi a questa esperienza. Lo studium è l’interesse generale e culturale per un’immagine: la apprezziamo, la capiamo, ma non ci ferisce. Il punctum è invece il dettaglio che ci punge, che ci colpisce personalmente, spesso senza che il fotografo l’abbia voluto: una collana, una mano, uno sguardo di lato.
Il punctum è esattamente un fenomeno di risonanza. Non sta solo nella foto e non sta solo in noi, ma nasce nell’incontro tra quell’immagine e quella storia personale. Per questo la stessa foto può lasciare indifferente una persona e far piangere un’altra.
4. Quarto livello: il senso
Qui si separano in modo interessante la foto bella e la foto concettuale.
La fotografia bella risuona soprattutto attraverso la percezione: l’impatto è immediato, quasi fisico, e arriva prima del pensiero. È la risonanza che Kant, nella Critica del giudizio, descriveva come piacere disinteressato, una forma che sembra avere uno scopo senza servire a nulla.
La fotografia concettuale funziona diversamente. Spesso non è «bella» in senso classico. A volte è spoglia, enigmatica o volutamente disturbante, e chiede a chi guarda di completarla. La sua vibrazione arriva in ritardo: prima c’è lo spaesamento, poi l’idea che si accende, e allora l’immagine si apre. È una risonanza di significato, simile all’«aha» di quando si capisce qualcosa di profondo. In termini di Hartmut Rosa, è il momento in cui il mondo, attraverso quell’immagine, ci rivolge una domanda e noi rispondiamo con la nostra voce.
Su questo livello la fotografia può diventare un’esperienza quasi spirituale. Ci ricorda la fragilità del tempo (Barthes diceva che ogni foto attesta un «è stato»), la presenza dell’altro, il mistero delle cose ordinarie. Non a caso molte tradizioni hanno usato le immagini, dalle icone ai mandala, come porte verso la contemplazione.
Sintesi: due modi di risuonare
| Fotografia bella | Fotografia concettuale | |
| Livello prevalente | Percettivo e corporeo | Di significato |
| Tempo della risonanza | Immediato | Differito, dopo un momento di spaesamento |
| Che cosa chiede | Di lasciarsi colpire | Di completare l’immagine con il pensiero |
| Esperienza tipica | Respiro sospeso, piacere della forma | L’idea che si accende, l’«aha» |
5. Due cose che la teoria aggiunge
La risonanza non si può forzare
Rosa direbbe che è indisponibile: non basta mettersi davanti a un capolavoro per commuoversi, e la stessa foto può toccarci un giorno e lasciarci freddi il giorno dopo. Possiamo però favorirla con l’attenzione. Simone Weil scriveva che l’attenzione è la forma più rara e pura della generosità. Guardare lentamente, tornare su un’immagine, lasciare che i dettagli emergano: è così che si diventa accordabili.
La risonanza è ambivalente
Le stesse leve che ci fanno vibrare davanti a una grande foto (l’emozione immediata, la simulazione corporea, il dettaglio che punge) sono usate dalla pubblicità e dalla propaganda per farci reagire senza pensare. La differenza sta nell’orientamento. Un’immagine vera ci lascia più liberi e più attenti al mondo. Un’immagine manipolatoria ci lascia più prevedibili.
Conclusione
Quando una persona «vibra» davanti a una fotografia, i quattro livelli si allineano per un istante. La luce porta la forma, il corpo la riconosce e risponde, uno sguardo umano incontra un altro sguardo attraverso il tempo, e da quell’incontro nasce un senso che ci riguarda.
Non è una frequenza che passa dalla foto a noi. È un accordo che si crea tra noi e l’immagine, e che proprio per questo è sempre un po’ personale e un po’ imprevedibile.