Eccomi rientrato da un lungo viaggio in moto, in solitaria. Sono partito che era maggio e sono rientrato che era giugno. Ho lasciato argo alle figlie, ho caricato le valigie della moto e sono partito verso ovest. Negli scorsi viaggi, sempre in moto, i migliori in solitaria, ero sempre andato verso est. Questa volta ho cambiato verso.
Sono rientrato a casa, ansioso e fremente di ritrovare il mio fidato cane. Sono arrivato con la fantastica sensazione di quando si rientra a casa dopo qualche settimane. Perchè alla fine, credo per tutti, è fantastico partire, ma lo è ancora di più rientrare a casa. In quel posto magico, unico, in cui ci si sente a casa. Ritrovare il proprio luogo, il proprio letto, le stanche chiuse impregnate del loro odore, che senza arieggiare rimane in sospeso, e ci accoglie come una nube di gas.
Ho attraversato le alpi francesi, ho conosciuto un ex pilota di auto con la sua moglie di origini calabresi che però non spiaccicava una parola di italiano. Ma annuiva sempre. E, secondo me, non capiva nulla. In Francia, sempre splendida, ho preso l’unico temporale del viaggio. Mezz’ora di diluvio in 6.600 km e 92 ore di moto. Sono quindi arrivato all’oceano, a Biarritz e poi, da San Sebastian, ho percorso tutta la costa spagnola del nord. Sono passato da Pamplona e pure da Lourdes. Ho provato quasi vergogna per come è commercialmente religioso e, a mio avviso, quasi blasfemo quel luogo. La mercificazione della speranza, del dolore e del miracolo. La religione che si fa boccetta di acqua, poi bottiglia, poi tanica da cinque litri. Con gente piena di fede, che la compra come al mercato delle bancarelle.
Lungo la strada ho superato decine e decine di viandanti, pellegrini che percorrevano i cammini che portano a Santiago de Compostela. Li ho ammirati, per la loro forza d’animo ed il loro coraggio. Forse per la loro fede. Gente che cammina per centinaia di chilometri. Per fede, credo. Per un bisogno personale. Forse per mettersi alla prova e verificare, nei fatti, di potercela fare. Io ero in moto, ed ho fatto fatica. Non oso immaginare loro.
Fuori da un supermercato ho chiacchierato con un pazzo spagnolo, con tre cani. Indossava un piumino logoro e sporco. Capelli unti e barba lunga. Stava percorrendo il cammino. Era arrabbiato perchè lo trattavano da barbone – l’ho pensato pure io, “ecco il punkabbestia” – quando invece era un pellegrino. Lo temevano, lo schifavano, lo evitavano con diffidenza. Seppure pellegrino. Dormiva in tenda, lungo le strade, perchè nessuno accettava i suoi tre cani. Buon viaggio pellegrino. Che la strada ti sia lieve. Chissà dove sarà stanotte.
Sono arrivato al faro di Finsterre, il punto più a ovest della Spagna, forse pure del continente. Un luogo speciale, con la sua atmosfera di ultimo miglio. Da lì, non lo sapevo, partono (o arrivano) tutti i cammini di Santiago. C’è il prete che timbra i libretti. C’è il faro, il negozietto di souvenir ed il bar. E c’è uno scarpone di metallo, fissato sullo scoglio, davanti all’oceano, a mo’ di monumento. E, poco distante, la spiaggia in cui i pellegrini raccolgono la famosa conchiglia, simbolo del cammino di santiago. Valeva la pena vederlo.
Sono passato pure da Santiago, fermandomi per qualche minuto nella piazza della cattedrale, dove si conclude il cammino. Quanta gente! Orgogliosa, felice, zoppicante, piangente. Gruppi di ogni genere. Fieri del cammino. Festeggiavano con baci ed abbracci. Bravi loro. Li ho ammirati. E continuo a farlo.
Ho proseguito verso sud, attraverso tutta la costa portoghese. Ho adorato Nazarè, dove ho perso gli occhiali, Porto e Lisbona. Sono rimasto qualche giorno in ciascuna di queste città, per assaporarne gli odori, il gusto. Per provarne a coglierne l’essenza. E mi sono accorto che c’è un mondo fuori dal nostro mondo. Ci creiamo un nostro universo e facciamo fatica a percepire anche solo la possibilità che oltre il nostro, ce ne sono altri. Centinaia. Migliaia. Forse infiniti. Sono tutti i mondi che conosciamo solo viaggiando. E facendolo con la moto, a zonzo, quasi senza meta, secondo un itinerario che nasce al momento, si scoprono universi incredibili. Viaggiare e vivere. E, personalmente, se ne avessi la possibilità – parlo di disponibilità di tempo e di denaro per poterlo fare – vivrei per viaggiare. Ho scattato migliaia di foto. Ho davvero vissuto. Nel modo in cui amo farlo.
Sono andato a Gibilterra, salito sul monte, dove tra un turista e una bertuccia ho potuto ammirare, a pochi chilometri, la costa montuosa del Marocco. Africa. Un altro mondo ancora. Un nuovo continente. Inesplorato. Che prima o poi visiterò. E prima o poi tornerò, magari d’inverno, magari in compagnia, in Portogallo. Vorrei ammirare l’oceano in inverno, le onde gigantesche di Nazarè, le coste dell’Argarve con i cavalloni grigi che si infrangono sulle rocce. Sono appena rientrato e già vorrei ripartire. Se solo potessi.
Da Gibilterra sono rientrato dalla costa meridionale spagnola. Torremolinos, Granada, Cartagena Valencia e su fino a Barcellona. E poi è davvero iniziato il ritorno, schivando con successo il maltempo, fino quasi a Marsiglia e poi all’interno, verso il Moncenisio, la val di Susa, Torino e casa.
Quasi tre settimane di moto. Uno spettacolo. Ed ogni volta considero che la ci sono posti bellissimi, probabilmente molto meglio che l’Italia. La Francia è bellissima. Ogni volta mi sorprende. E mi sorprendo sempre a fare lo stesso pensiero: bisogna scappare dalle città. La vita vera è nelle periferie, nelle campagne, sulle montagne, nei piccoli centri dove la gente è ancora umana. Dove le tecnologie non sono ancora alla base dell’esistenza. Dove il tempo ha un altro sapore. Un’altra valenza. Dove ancora si riesce a vivere tra le persone, con le persone e per le persone. Ci scriverò sicuramente. Nei prossimi giorni. Ora fatemi capire e comprendere che sono rientrato dal sogno. A presto.