Non sono vecchio. Non particolarmente. Nel corso degli anni, raggiunta l’età adulta, ho iniziato a riflettere sui rimpianti.  Riflessioni di quando si sta bene e si teme di perdere questo benessere raggiunto. Il termine “rimpianto” deriva dal latino re-pingere, ovvero dipingere di nuovo. È un significato figurativo, che riporta al desiderio di poter riscrivere, ritrarre, rifare in maniera diversa un evento trascorso. C’è quindi una vena di rammarico e dispiacere nell’atto di rimpiangere. Il rimpianto nasce da una qualcosa che è andata perduto. Irrimediabilmente perso nel passato. Da non confondere con il rimorso, che deriva da un errore compiuto, un qualcosa fatto, sbagliando, che è stato causa di dolore o infelicità. Rimpianto e rimorso sono due facce della stessa medaglia: il primo riguarda ciò che non abbiamo fatto, il secondo ciò che, invece, si è fatto.

Ci sono cinque cose che si rimpiangono quando i capelli iniziano a diventare bianchi e gli occhi smettono di mettere a fuoco correttamente le pagine di un libro.

La prima è quella di non esser stati in grado di vivere secondo la propria indole, di non aver seguito i propri desideri e le proprie attitudini. Accade spesso quando si agisce rispettando le regole, assecondando le aspettative degli altri, mettendo davanti ciò che gli altri vorrebbero noi facessimo, a discapito dei nostri veri desideri. Si vivono vite degli altri, si recita infelici e frustrati come in un grande Truman Show. Lo facciamo indossando una maschera, per apparire più belli, più amabili, più piacevoli. Per non deludere gli altri e, soprattutto, per ricevere approvazione. Arriva il momento in cui cadrà la maschera e scopriremo, con rimpianto, di esserci accontentati di piacere, di esser passati per amabili, ma non amati. Un sarebbe stato che non è avvenuto.

Il secondo rimpianto è sicuramente quello di aver lavorato troppo, avendo messo davanti a tutto la propria ambizione ed il proprio successo. Nella società attuale significa più denaro, più potere, una posizione sociale più alta. Significa vivere nell’apparenza, nel dimostrare agli altri che noi ce l’abbiamo fatta. Che noi ce l’abbiamo più lungo. Viviamo in una competizione perenne e distruttiva, in cui tutto si misura guardando ciò che hanno gli altri. Ciò che appare, quello che vogliono farci vedere, l’estetica della loro corazza. Ci facciamo prendere da questa gara inesistente, che non ha vincitori e nemmeno perdenti, se non nella nostra testa. Puntiamo a risultati visibili, sempre più importanti, rincorrendo un traguardo che non arriverà mai perché gli altri saranno sempre trappo avanti, saranno oltre. E noi a correre, sempre più in affanno,  in ultimo, gareggiando in una competizione che esiste solo nella nostra testa, che ci aliena dalla vera vita, ci allontana dagli altri e spegne legami e relazioni.

Il terzo rimpianto riguarda l’essere sé stessi, l’essere vivi veri. Rimpiangeremo di non aver avuto il coraggio di dire la verità, per timore di apparire sbagliati o di ferire qualcuno. Abbiamo preferito il silenzio, come uno stoico, come molti filosofi del passato raccomandavano, una sorta di virtù connessa alla saggezza. Arriverà poi il momento in cui ricorderemo con rammarico il non detto, di non aver detto abbastanza “ti amo”, “scusa”, “sono felice”, “sono fiero di te”, ma anche un “non mi piace” o “non vorrei farlo”. Ricorderemo tutte le volte che per codardia non abbiamo parlato, preferendo il silenzio alla verità. Scopriremo che i silenzi, alla lunga, non premiamo ma allontanano le persone e distruggono le relazioni. Il saper parlare, il riuscire ad articolare un pensiero, comunicandolo agli altri, è una peculiarità unica dell’essere umano. Perché sprecarla? Perché non utilizzarla correttamente?

Il quarto rimpianto riguarda il tempo che non siamo stati in grado di trascorrere con chi amavamo e con chi ci faceva stare bene. Abbiamo preferito la solitudine ed il silenzio. Abbiamo preferito noi stessi, per paura di soffrire, di far soffrire, di esser giudicati e di mostrarsi davvero agli altri. Gli altri che, magari, sono sempre stati presenti, vicini, ma non li abbiamo cercati. Siamo stati orgogliosi ed egoisti. Abbiamo preferito centellinare gli incontri, non fare certe telefonate, rifiutare certi incontri. Abbiamo sprecato il tempo delle chiacchiere, degli abbracci, delle risate e, perché no, delle litigate. Non abbiamo incamerato idee, pensieri, dolori, confidenze, speranza di chi meritava di stare con noi. Di chi meritava di essere incontrato.

L’ultimo rimpianto, forse più astratto, ma non meno importante, riguarda il non esser stati più felici, di non aver saputo amare abbastanza, sia gli altri, sia noi stessi. Avremmo potuto uscire dalla nostra confort zone, con coraggio, osando di mettersi in gioco. Schiacciati dalle abitudini, dalle nostre consuetudini, dal “così fan tutti”, dalle nostre routine che fomentano egoismo, dolore, accidia e cattiveria. Vivere la vita in pieno significa andare oltre le nostre paure, sognare come i visionari, amare come poeti, bramare di scoprire come uno scienziato.

Alla fine, rimane un pensiero, un vero ultimo rammarico, troppo importante per entrare in una effimera lista, quello di non esser rimasti bambini.