Ed improvvisamente eccoci qua.

Una mattina come tante, di un giorno come altri, di un autunno che, dopo aver colorato gli alberi, ora li spoglia impietoso. Alcuni sono ancora di una bellezza incredibile, di un giallo dorato oppure di un rosso pungente. Come oro, come sangue. In altre parti del bosco il vento e la pioggia che cade da ieri pomeriggio hanno fatto cadere le foglie. Ora è la terra ad essersi colorata dei colori d’autunno, di giallo, rosso, ocra e marrone. E camminare nel bosco è morbido e soffice. Le scarpe affondano nelle foglie cadute. In alcuni tratti il passo lascia un rumore delicato, in altri, dove le prime foglie cadute sono ormai secche e rigide il suono è come l’appallottolare un foglio di giornale. Argo che corre nel bosco è rumoroso come un bisonte che carica. Adora correre tra le foglie ed il suo naso è più attivo che mai.

Ieri sera ho pensato al tempo che scorre. Nei giorni scorsi ho scoperto il termine impermeanza. Arriva dalla filosofia buddista, per la precisione dalla parola anitya. Essa è composta da a (non) e nitya (costante), e quindi significa letteralmente “non costante”, “non permanente”, “non eterno”. Esprime il carattere non durevole degli accadimenti e l’aspetto provvisorio delle cose materiali. Uno dei più famosi monaci buddisti l’ha sintetizzato con le parole “qualsiasi cosa è, sarà era”. Il presente dell’adesso diverrà il passato del dopo. Tutto scorre, l’adesso non esiste.

Ero sulla poltrona, davanti alla libreria, con il fuoco acceso e la lampada vicina. Argo dormiva ai miei piedi. Sentivo la pioggia battere sul tetto e vedevo il buio oltre le finestre. Amo questi momenti, appaganti. E me li godo come un tempo prezioso, destinato ad essere centellinato e, magari, perso. Il tempo scorre veloce, impietoso e regolare. E questa è una certezza. Esiste dunque un modo per fermarlo? No, non credo esista. Ci rimangono i ricordi. Gli uomini, hanno la capacità di ricordare, ossia di pensare, ragionare e riflettere. A volte questo degenera in una forma ossessiva che riempie le teste di troppe idee e concetti: si rimurgina. Un amico, grande e famoso scienziato, tale Stefano Mancuso, sostiene con certezza – e questo è da sempre argomento delle sue ricerche e studi – che anche le piante sappiano ricordare, sappiano pensare e prendere decisioni. Sicuramente lo fanno, da sempre, gli animali. L’istinto, a mio avviso, non è altro che una atavica e personale capacità di ricordare. La nostra mente è quindi piena di ricordi. Tutto è ricordo. Ogni pensiero è ricordo. Ogni sensazione è ricordo. Tutto viene ricordato.

Negli ultimi anni sono tornato a scattare fotografie. Ne ho stampate molte, anche recuperandole dalle migliaia trovate casualmente su di un vecchio hard disk dismesso. Ho pure creato un libro e ne sto ideando uno nuovo. Possiedo ed utilizzo una macchina fotografica digitale e due meravigliose analogiche: una vecchia Rolleiflex ed una reflex Canon F1. Devo terminare i rullini dopodiché sperimenterò lo sviluppo in casa, da solo.

In questi giorni ho considerato l’importanza e la bellezza delle fotografie. Fermano il tempo, lo archiviano. E dentro l’immagine nascondono le emozioni. Sono una fantastica, spesso sottovalutata, cassaforte di ricordi e sentimenti. Non tutte le fotografie ci riescono, ma quando questo accade, possono portare alle lacrime. E non importa la bellezza oggettiva della foto, non serve lo scatto tecnicamente perfetto, con l’ultima tecnologia, risoluzione da telescopio spaziale. A volte una vecchia polaroid sgranata può risvegliarci un mondo.

La mia generazione, quella nata negli anni 70/80, e quelle precedenti ancora di più, non erano soliti scattare foto. Pochi erano i fotografi amatoriali. E nessun giovane usciva alla sera, andava in vacanza, osservava il mondo attraverso un obiettivo. Le foto della mia gioventù sono rare. Pochissime. I ricordi, sbiaditi, mutevoli, sono solo nella testa. Oggi tutti hanno uno smartphone e la fotografia, come tutto ciò che raggiunge la massa, perde in ultimo ogni valore. Un tempo, pochi scatti, rari e preziosi. Oggi, ogni secondo uno scatto, ma di nessun valore, se non per riempire le futili, inutili e sgradevoli social. Vedo giovani che si fanno selfie ovunque. Che fotografano il cibo prima di mangiarlo. Che si immortalano con le labbra a bacio, come le troione plasticose siliconate finte e rifatte sgambettano in tv. Non sono fotografie quelle.

Siamo nel mondo dell’apparire, dove le immagini sono tutto. Eppure i miliardi di scatti giornalieri sono solo feccia. Non contengono nulla, vuoti pneumatici che hanno perso il loro scopo.

Si, mi sono fatto trascinare nell’eloquio. Nello sproloquio. Ma era una accanita difesa alla fotografia vera, quella che ferma e trattiene non solo l’immagine, ma il sentimento del momento. Solo queste, un domani, saranno in grado di farci uscire un sorriso o una lacrima.