Oggi è tornato il sole ed ho finalmente rivisto il cielo blu e la valle giù in basso.
Venerdi pomeriggio ha iniziato timidamente a nevicare, dapprima qualche fiocco sparuto, poche leggere e leggiadre faville, poi grandi fiocchi multiformi in stile disegno di bambino. Ero dentro casa, iniziava ad imbrunire e dalla finestra ho visto questi piccoli coriandoli cadere dal cielo, in controluce. Sono uscito sul prato a guardare. Le cime attorno erano state inghiottite interamente dalle nuvole bianche, quelle tipiche nubi che, per chi vive in montagna, sono “basse” e portano neve. L’aria era pulita, frizzante, umida e si sentiva quel tipico odore di neve. Che non so spiegare come sia, che sapore abbia, ma si sente chiaramente nell’aria e ti entra nel naso. E capisci che la neve è vicina. Anche Argo ha percepito il cambio di meteo ed ha iniziato a correre a destra ed a sinistra sul prato, come un pazzo, alternando il muso basso a terra allo sguardo in alto, cercando, talvolta, di mangiare i leggeri fiocchi. In pochi minuti si sono fatti grandi e pesanti, volteggianti come piccole leggere foglie buttate dall’alto. Ed Argo ha iniziato a provare a mangiarli, al volo. Strano cane, pazzo di vita. Sono rientrato con una bella sensazione addosso, infreddolito ma sereno.
Si, perchè la neve è magica. Rende tutto uguale, bianco, pacifico. Annulla i colori, azzera la saturazione, come in fotografia, ma amplifica i contrasti del nero. Si lavora sugli estremi dello specchio, annullando i colori. Riducendo il tutto all’essenziale. Il bianco e nero non azzera la complessità ma la ridefinisce, costringendo la vista a prestare attenzione alle luci ed alle ombre. Toglie l’eccesso, semplifica la scena, sviluppa l’essenziale. A seconda della luce, può farci vedere un mondo delicato e dolce, oppure contrastato, forte e drammatico. La neve è magia. Non stregoneria, ma incantesimo.
Sono rientrato in baita, gustandomi il caldo tepore del fuoco acceso ed il profumo del minestrone che finiva di cuocere nella pentola grande. Già ne pregustavo il sapore. E per non farmi mancare nulla, ecco un bel disco di jazz fatto partire sul giradischi ed un calice riempito di uno scuro e corposo Chianti Superiore. Cosa desiderare di più dalla vita?
Questa domanda me l’ero fatta. Avevo la risposta, ma mi impauriva. Una questione aperta da tempo, in perenne bilico tra il coraggio e la paura. Come tutte le cose, il tutto ed il niente. Tutto ed il contrario di tutto. Avrei voluto guardare fuori dalla finestre, era ormai buio, per scorgere una luce salire dal sentiero. Avrei aperto ad Argo e lo avrei lasciato libero di accogliere il viandante. La viandante. Con il suo piccolo cane nero zampettante. Ma fuori tutto era buio, con quella scura luce soffusa che solo la neve riesce a creare. Circondato da nuvole e coperto da fiocchi. Noi due. Solo noi. Un cane impetuoso ed il suo padrone solitario. Neve, minestrone e musica jazz.
Poi è successa una cosa curiosa ed inaspettata. La vibrazione del telefono appoggiato sul tavolo. Quattro tremori. Quattro messaggi: “Nevica.” “Che bello.” “Felice.” “Che silenzio!”
La magia della neve. Gli incantesimi della montagna. Ho risposto con le dita che tremavano di emozione: “Anche qui. Ora grandi fiocchi e già attacca”.
La risposta immediata, la faccetta con due cuori al posto degli occhi.
Chissà cosa starà facendo. Eppure ha pensato a me. Mi ha scritto. E’ strano e mi fa pensare. Non vorrei fantasticare, vorrei volare basso. Però mi ha scritto. Ed in preda a questi confusi pensieri mi sono versato un piatto di minestrone. Un chilo di grana. Ed un altro bicchiere di rosso. Mi sono alzato ed ho acceso la luce esterna, quella sopra l’ingresso. Per poter vedere i fiocchi di neve fuori. Forse, per indicare la strada, come un faro per il marinaio, casomai qualcuno salisse il sentiero e cercasse un caldo rifugio.
La minestra era troppo calda. La lingua ustionata. Mi sono alzato a girare il disco ed ho guardato il telefono. Nessun nuovo messaggio. Non ho resistito, lo ammetto. “Che fai, non vieni a trovarmi nella neve?”. Inviato.