Venerdi sera mi sono addormentato in poltrona, con il libro in mano, il giradischi che girava a vuoto ed il fuoco ormai morente nella stufa. Mi sono svegliato che era l’una e mezza della notte solo per la vibrazione del telefono che mi era scivolato sotto al culo. La temperatura in baita era in picchiata, a momenti mi usciva il vapore dalla bocca.  La luce esterna era ancora accesa ed attraverso la finestra ho visto che stava ancora nevicando tantissimo. Fiocchi enormi che scendevano a terra svolazzando come farfalle impazzite. Che magia.

Nemmeno il tempo di alzarmi, goffamente e pigramente, che già Argo era davanti alla porta impaziente di uscire. Aprendo la porta un gelo polare è entrato in baita, facendomi rabbrividire e congelandomi il viso. Argo è corso fuori, come un pazzo furioso, entusiasta della neve e del prato interamente ricoperto di bianco. Sono uscito pure io e la prima sensazione è stato il freddo gelido che entrava nel naso e saliva su, su, su, sempre più su verso il cervello. Mi entrava dentro e mi congelava le sinapsi. Faceva quasi dolore da tanto artico era. Una nevicata intensa, con le nuvole talmente basse che nemmeno riuscivo a scorgere gli alberi del bosco al limitare del prato. Ogni tanto Argo sbucava dal bianco e lo vedevo correre come una scheggia impazzita, da destra a sinistra e poi spariva per poi ricomparire correndo. Un freddo porco. Un paio di minuti e le mani erano completamente insensibili.  Ho richiamato Argo e chiuso la porta. Ci ha messo qualche momento a rientrare, controvoglia, con la lingua a penzoloni e bagnato fradicio.

Mentre asciugavo il cane con il suo vecchio asciugamano – che potrebbe essere venduto a peso d’oro a qualche laboratorio di ricerca malattie rare, virus, germi e agenti patogeni mortali, dovrei pensarci seriamente – mi è tornato in mente che un messaggio mi aveva svegliato. Fammi vedere chi scrive a quest’ora. Sarà mica successo qualcosa di grave?

Domani mattina vengo a trovarti. Se non smette salirò con i soccorsi. Altrimenti toccherà attendere il disgelo a primavera” questo il messaggio. Da Annette. Erano quasi le due di notte. Ancora lo stesso strano pensiero, quello che rifiutavo per principio, ma che tornava sempre a bussare: se mi scrive è perchè mi sta pensando. E se mi pensa, bhe, significa che non le sono indifferente. Non significa nulla. Un buon amico. Chissà. Mica siamo amici, però. Magari è semplicemente sola come me. Forse ha solo bisogno di socializzare, visto che sono i primi mesi qui in montagna, è arrivata da poco e non conosce ancora nessuno. Non è semplice abituarsi alla solitudine. Ed è difficile non condividere con qualcuno serate come questa, con la neve che cade copiosa, questa pace e questo silenzio assordante cui non siamo più abituati specie se si vive in città.  A volte penso che il bisogno di avere qualcuno vicino, anche solo per chiacchierare, non provenga solo dalla necessità di trovare conforto oppure qualcuno con cui sfogarsi nei momenti avversi, ma venga anche dal bisogno di condividere anche le gioie ed i momenti di stupore. Alla fine siamo esseri sociali. C’è poco da dire. Abbiamo bisogno degli altri come dell’aria che respiriamo. Magari, con moderazione. Magari non di tutti. La scelta con cui accompagnarsi è fondamentale.

Ero rimasto un attimo imbambolato, preda dei miei pensieri, con il corpo che godeva del tepore della baita e con il telefono in mano. Che rispondo? “Ti aspetto a pranzo. Fammi sapere quando parti, che se non arrivi mando i soccorsi”. Inviato.

Qualche minuto più tardi, già in maglietta e boxer, dopo l’ultima pisciata del giorno – anche se, tecnicamente, sarebbe stata da considerare come la prima del nuovo giorno, ma non vorrei fare polemiche – ed una sbrigativa lavata di denti, mentre spegnevo il telefono, ecco un nuovo messaggio. Ancora lei. Nessun testo, ma la manina con il pollice alzato. Un brivido. Era sveglia. Davanti al telefono. Le avrei voluto telefonare, solo per condividere la nevicata. Avrei voluto rispondere con un messaggio. Ma no. Non esageriamo. Non deve pensare che sono qui a pensarla. Giochiamo un poco, che nascondino è divertente. Ho quindi spento il telefono resistendo a quell’impaziente impulso di  rispondere. Mica deve pensare che la penso. Sia mai. Io sono quello impavido, solitario, indifferente al mondo, soprattutto a quello femminile. Forse. E poi, sto andando a dormire.

Vieni Argo, mettiti giù. Buonanotte cagnone.

Sdraiato nel letto, sotto il piumone, mi sono addormentato guardando attraverso la finestra la neve che scendeva. Argo si era sdraiato sbuffando. Ora tutto era silenzio. Tutto era bianco e pacifico. Che magia!